Ho sempre considerato l'A24 come la mia autostrada di famiglia. Avendo origini romane e vivendo sulla costa abruzzese, i viaggi Roma-Teramo sono sempre stati una costante.
Mi raccontano che la prima volta che percorsi l'autostrada avevo 10 giorni. Mi raccontano che durante il viaggio percorso in braccio a mia madre feci un piccolo rigurgito e che mia sorella più grande, schifata a quella vista, si unì con passione all'evento. Risultato, metà del viaggio con un odore nauseabondo sui sedili e mio padre che diceva parolacce.
E' una storia che ho sentito decine di volte, abituandomi fin da piccolo a parlare e percorrere l'autostrada. Con la sua uscita al santuario di S.Gabriele, la sua valle del salto, il suo lungo viadotto prima del Gran Sasso con la cascata dalla roccia che appare solo quando piove, la sua galleria di 10 km con i mille racconti degli esperimenti fatti nel laboratorio a cui si accede solo da lì sotto. Immagini familiari che cerco e ritrovo da sempre, con la stessa naturalità con cui si può andare al proprio bar o a trovare un amico vicino casa.

Oggi ho percorso ancora una volta quella strada, tragitto andata ritorno per Roma tutto in giornata, così come ho fatto molto spesso; ma questa volta le emozioni sono state diverse dal solito.
Quando ci si avvicina al Gran Sasso l'impressione è sempre stata imponente, con la sua gigantesca parete rocciosa e i monti della laga che si estendono sul fianco; ti senti proprio piccolo lì davanti. Ma oggi l'unico pensiero era che quell'enorme serie di rocce, picchi e pendii pare si sia alzato di 30 cm, in blocco.
Decine di migliaia di tonnellate di roccia che iniziano a tremare e si muovono verso l'alto, di colpo. La sensazione di rispetto che da sempre prova chi passa per quel tratto diventa in un attimo semplice consapevolezza di totale impotenza.
Lo sanno purtroppo bene quelli che vivono al cospetto di quella montagna. Poco dopo il traforo, appaiono già le prime macchie blu delle tendopoli ad Assergi, piccolo paese alle pendici del monte subito prima dell'Aquila. Tende e punti di raccolta, tetti diroccati e decine di centimetri di dislivelli sul manto stradale, riparati in fretta ma ben evidenti a testimonianza del sollevamento di alcuni ponti e viadotti. Persino il piccolo autogrill dell'Aquila Est non è stato risparmiato,il caffè va bevuto in un tendone montato accanto alla struttura, evidentemente danneggiata seppur piccolissima e ad un solo piano. Subito dietro, appena oltre la rete, una tendopoli della Protezione Civile con alcuni degli aquilani rimasti a vivere un difficile quotidiano.
Ma la sensazione di profonda difficoltà è ormai un qualcosa di comune in tutto l'Abruzzo. I danni alle infrastrutture sono diffusi su 4 provincie, dai monti alla costa attraversando piccoli centri e strutture storiche. Ormai sono migliaia gli aquilani che vivono qui sul mare, in appartamenti messi a disposizione dalla popolazione e soprattutto in Hotel e Residence. Solo nel mio piccolo centro di 5000 abitanti in provincia di Teramo, si parla di oltre 900 persone, persone a cui manca spesso tutto, dal vestiario alle calzature, ai prodotti per l'igiene a qualsiasi comodità rimasta sepolta in quel che resta della loro casa.
La mia piccola associazione di volontariato, una Croce Verde Anpas, è ormai come centinaia in tutto l'abruzzo un vero centro di smistamento che tenta di distribuire il più possibile i beni a disposizione o organizzare visite mediche e specialistiche per riportare le cose ad un minimo di normalità. Si parla di riprendere terapie interrotte, di fare visite oculistiche e rifare degli occhiali perduti sotto le macerie, oppure semplicemente di avere un supporto in una situazione che metterebbe alla prova i più forti e sicuri di se.
E con l'A24 ferita e le strade intasate, i mezzi di soccorso ormai più comuni che i bus di linea, la diaspora di Aquilani costretti a spostarsi e vivere per tutta la regione, qualche scossetta ogni tanto è comunque lì a solleticare, quasi per non far scordare che il terremoto non solo è ancora qui tra noi, ma per alcuni non se ne andrà davvero a lungo... forse mai.
[photo credit:
maxdifermo]